Il Vangelo della Domenica con Albino Luciani: 27/3/2022, IV di Quaresima (rito romano, C)

“Il Vangelo della domenica con Albino Luciani”

Domenica 27 marzo 2022: IV del tempo di Quaresima (C)

(Giosuè 5, 9a.10-12; Salmo 33(34); 2Corinzi 5, 17-21; Luca 15, 1-3.11-32)

                Procediamo nel cammino di questa Quaresima facendoci aiutare, come di consueto, dal lezionario romano di questa IV Domenica del ciclo C.

                I pochi versetti dei libro di Giosuè (colui che prende il posto di Mosè nel guidare il popolo di Dio nella Terra Promessa) ci introducono in una nuova tappa della storia d’Israele: l’ingresso nella terra di Canaan segna il passaggio da una vita nomade ad una vita sedentaria nella quale il cibo necessario è assicurato naturalmente e stabilmente dal territorio occupato. Il popolo diventa stanziale e a Galgala finalmente si può insediare un santuario e si possono celebrare delle feste per ringraziare delle primizie della terra e per fare memoria del cammino fin qui percorso e guidato da Dio attraverso i suoi uomini di fede. Il cammino, però, è ancora lungo…

                La risposta pregata del salmo 33(34) è composta da parole che utilizziamo spesso nella liturgia delle ore: esse esprimono la benedizione e la lode al Signore perché Egli risponde, libera dalla paura, salva a libera il povero dall’angoscia. Particolarmente importante e centrale è l’espressione “guardate a lui per essere raggianti” senza vergognarsi di Lui.

                Il tema centrale di questi pochi versetti tratti dalla seconda lettera ai Corinzi è la riconciliazione. Riconciliazione per Paolo è anzitutto essere in Cristo e, di conseguenza, essere una creatura nuova. Ma come si fa ad essere in Cristo una creatura nuova? L’Apostolo parla di un ministero della riconciliazione, cioè di una missione specifica affidata ai discepoli, i primi anzitutto a ricevere il dono della riconciliazione; e tale ministero si gioca poi nella parola della riconciliazione, ossia di una testimonianza viva che spiega con la vita e con il linguaggio la realtà del tornare a Dio attraverso l’opera di Cristo, un tornare al Padre che fa di noi la “giustizia di Dio” (incarnare l’essere giusti perché resi da Dio così) e così riconciliare il mondo.

                La parabola del Padre misericordioso è raccontata da Gesù in reazione alla mormorazione di farisei e scribi ai quali non andava giù il fatto che frequentasse pubblicani e peccatori. Offro uno spunto di lettura della parabola seguendo una sola chiave di lettura: i rapporti e i legami che nella parabola sono narrati sono con le persone oppure con le cose? Il figlio minore imposta tutto sulle cose: chiede l’eredità anzitempo al padre, sperpera tutto, è pure sfortunato, ha fame e torna alla casa paterna mosso dalla mancanza di cibo (notoriamente è una cosa); il figlio maggiore sembra differente dal fratello e, invece, anche lui basa i suoi ragionamenti (e le sue accuse e pretese) sul capretto non dato e sullo sperpero fatto dal padre per la festa immeritata; il Padre, invece, basa tutto sul rapporto con i suoi figli e non sulle cose: con il figlio minore perché è passato dalla morte alla vita e dall’essere perso al ritrovarlo; con il figlio maggiore è più interessato a sottolineare che sono sempre insieme e “ciò che è mio è tuo”, vivendo in piena comunione. La logica del Padre è quella vincente e travolge letteralmente quella dei figli.

                Nel famosissimo libro Illustrissimi il nostro caro Albino Luciani scrisse una bellissima lettera, a tema riconciliazione e perdono, a un famoso musico chiamato Casella:

Vera musica è il riconciliarsi con Dio e l’abbandonare la strada storta, larga e spaziosa, che conduce alla perdizione. Su questa strada passano a galoppo tutte le passioni umane cavalcate da quei cavalli d’Apocalisse, che hanno nome: brama e ingordigia esagerata, mai sazia di piaceri, di denaro e di onori. Chi cammina su di essa non può trovarsi bene. Il grande Tolstoj ha scritto di un cavallo, che, a mezzo della discesa, s’impunta e si ribella, dicendo: «Sono stufo di tirare la carrozza e di obbedire al cocchiere; mi fermo! ». Padronissimo di farlo, ma pagherà salato. Da quel momento, infatti, tutti si mettono contro di lui: il cocchiere che lo frusta, la carrozza che va a sbattergli nelle gambe, i passeggeri che, nella carrozza, urlano e imprecano. È così. Quando ci mettiamo nella strada storta e ci impuntiamo contro Dio, rovesciamo l’ordine, rompiamo il patto di alleanza col Signore, rinunciamo al suo amore, ci irritiamo contro noi stessi, scontenti di ciò che abbiamo combinato e rosicchiati dal rimorso. Caro Casella, è vero, qualcuno dice che le musiche si cantano e suonano benissimo anche sulla strada storta: respinge sdegnosamente la storiella di Tolstoj e afferma che nel peccato egli si sente più libero che mai. Io mi permetto di contraddirlo con due sole parole: «padrone» e «malattia». Sì, il peccato diventa, volere o no, il padrone del peccatore. Può darsi che dapprima gli faccia complimenti e carezze, ma il peccatore resta suo schiavo e presto o tardi assaggerà il suo bastone. Quanto a «malattia», ce n’è di due specie: ignote e palesi. Una piaga viva e lancinante fa male, ma almeno si sa che esiste e si cerca di curarla. Metti invece un tumore nascosto: ingrandisce, si propaga, tu non sai, tu ti illudi e assicuri gli amici di star benone: improvvisamente ecco la metastasi, l’irreparabile. È il caso di chi è carico di peccati e afferma di non averli e di non sentirli. Invece: avere un proprio bagaglio di peccati, ma sentirne il peso, decidere di cambiar strada sul serio, capovolgersi sul serio, gettarsi sul serio nelle braccia di Dio, quale musica, Casella mio! * * * Musica è anche la riconciliazione di noi con i fratelli. Ai tuoi tempi c’erano le lotte tra guelfi e ghibellini, tra bianchi e neri, tra Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi e non so quante altre fazioni. Il tuo amico Dante, sconsolato e amaro, scriveva: «Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi… vieni a veder la gente quanto s’ama!… Ché le città d’Italia tutte piene son di tiranni, e un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene». Oggi, caro Casella, succede lo stesso: tiranni esclusi, si vedono blocchi contro blocchi, nazioni contro nazioni, partiti contro partiti, correnti contro correnti, privati contro privati. Spesso si legge di attentati, di aerei dirottati, di banche assaltate, di bombe lanciate a bella posta per fare strage di inermi e di innocenti. Focolai di disordine sorgono un po’ dappertutto; si proclama la rivoluzione come unico rimedio ai mali della società e si educa la gioventù alla violenza. In mezzo a tutta questa confusione anarcoide e dissennata, davvero la riconciliazione reinstaurata tra gli uomini sarebbe la musica più desiderata e necessaria. Ad essa il giubileo vuole portare un forte contributo con questa dinamica: «Riconciliatevi prima con Dio, rinnovando il vostro cuore, mettendo amore dove c’è odio, serenità dove c’è ira, desideri moderati e onesti dove c’è cupidigia sfrenata. Una volta rinnovati e cambiati al di dentro, guardate fuori con altro occhio e troverete un mondo diverso». (La musica della riconciliazione, A Casella musico, O.O. vol. 1 pagg. 357-358).

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