Omelia della Domenica di Pasqua nella risurrezione di Gesù (rito ambrosiano) 12/4/2020

Omelia della Domenica di Pasqua nella risurrezione di Gesù

(rito ambrosiano – Ospitaletto di Cormano, 12/4/2020, ai tempi del Covid-19)

(At 1, 1-8°; Sal 117 (118); 1Cor 15, 3-10°; Gv 20, 11-18)

            Anche quella mattina, la prima della Pasqua di Gesù, c’era qualcosa nell’aria che sapeva di “sospensione”.

            Sospesi i discepoli messi di fronte, tutti, al loro tradimento: non solo Giuda che, tardivamente, si è accorto di ciò che aveva combinato e ha pensato che non ci fosse davvero più niente da fare, né per lui e nemmeno per il suo Maestro; ma anche Pietro, il tre volte traditore, che ha versato lacrime amare riconoscendo la propria fragilità; e Tommaso con la sua tracotanza nell’affermare “Andiamo anche noi a morire con Lui!”. Anche Giovanni, l’unico ad esserci allo “spettacolo della Croce” insieme alla Madre e all’altra Maria, è sospeso: attende, sì, ma che cosa?

            Sospesa la Madre che ha vissuto ore e giorni terribili, strazianti: chissà quante volte avrà meditato in vita sua quelle parole gravi e solenni del vecchio Simeone che Le profettizava “E anche a te una spada trafiggerà l’anima”. Ora, nel dolore straziante, c’è spazio solo per la fede trepida.

            Sospesa anche Maria di Magdala che, sicura, va al sepolcro, come programmato, per portare gli aromi al corpo del Maestro; sospesa nel pianto; sospesa nel dialogo con i due personaggi misteriosi che le chiedono “Perché piangi?”; sospesa nel dichiarare la sua disponibilità ad andare a recuperare, lei sola, il corpo di Gesù che lì non era più presente; nel vedere senza riconoscere Gesù.

            E fin qui possiamo accomunarci a questa esperienza di “sospensione”: sospesi nei nostri affetti, nelle nostre relazioni, nella nostra vita sociale, nel nostro radunarci come Chiesa, nel condividere la perdita di una persona cara, nel confronto e scontro tra di noi, nel nostro impegno lavorativo e sociale (tranne chi, giustamente, deve farlo). Sospesa è anche la nostra fede?

            In questa sospensione comune irrompe una Parola, o meglio, irrompe un nome: “Maria!”. E questo essere chiamata, cambia tutto per Maria di Madgala, per la Madre, per i discepoli… per noi. Certo, oggi come allora non è stato facile e non è facile far risuonare questa Parola: ci saremmo aspettati qualcosa di diverso, alla risurrezione! Eppure Gesù per farsi riconoscere, per togliere la sospensione non fa altro che chiamare, chiamare per nome, chiamare con amore: sembra quasi una banalità, essere chiamati!

            Gesù osa rompere l’indugio, la sospensione chiamando per nome e pronunciandolo con amore, da Risorto, o meglio da Crocifisso risorto perché, come ci ha ricordato Papa Francesco, il Signore non toglie il dolore ma riaccende la speranza, quella speranza che è divina, non umana, quella speranza che si appoggia totalmente su di Lui, non su di noi.

            Anche noi, in questo mattino, in queste mattine di Pasqua chiediamo la grazia e affiniamo il nostro “orecchi interiore” (la nostra anima, il nostro cuore, la nostra coscienza) per sentire che Gesù, il Crocifisso risorto, ci chiama con amore per nome: “Alessandro!”, “Bruna!”, “Nicola!”, “Gabriele!”… perché la nostra vita non sia più sospesa, ma affidata ad una speranza certa, una speranza invincibile!

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