Omelia nella celebrazione della Passione del Signore (rito ambrosiano) 10/4/2020

(Is 49, 24 – 50, 10; Sal 21 (22), 17c-20. 3. 5. 23-24b; Is 52, 13 – 53, 12; Mt 27, 1-56)

Che parole bisogna dire di fronte allo “spettacolo della Croce” di Gesù? Sento vero, per me, il bisogno di silenzio e di contemplazione per far risuonare le parole difficili, profonde e sacre della Scrittura che accompagna questa celebrazione.

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro“: il servo del Signore continua a confidare in Lui, rimanendo attento alla sua presenza e da questa attenzione e da questa presenza attinge forza, saldezza, perseveranza, non risponde alla violenza subìta. Il servo del Signore è, insieme, discepolo e guida a chi gli sta intorno.

Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità
“: il servo del Signore, forte della sua missione e del suo rapporto profondo con Lui, offre se stesso compiendo la sua volontà, desiderando amare e piacere al suo Signore. E così facendo la sua offerta è estesa a tutti, diventa offerta viva e salvifica.

Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo“: gli occhi delle donne sono gli unici che guardano al servo del Signore come a Gesù Messia, gli unici occhi segnati dal pianto, dal dolore e dalla compassione vera. Sono occhi attenti, pieni di amore e di trepida attesa, occhi che non possono fare altro, in quel momento, che rimanere fissi su Gesù. E quegli occhi, occhi di persone fedeli, discrete, solidali, capaci di amare e lasciarsi amare sono occhi che incrociano lo sguardo del Crocifisso: da quello sguardo d’amore, dell’Amore crocifisso, imparano a riconoscerlo, si lasciano amare e imparano ad amare come Lui.

Dall’alto della croce siamo ad uno ad uno guardati dal nostro Redentore, il quale salva gli uomini non come una massa anonima, ma come un’accolta di persone, ognuna con un proprio volto e un proprio cuore.Anche noi, mirando alla croce e a chi vi è salito, impariamo ad amare. E se finora l’istintiva propensione a rinchiuderci in noi stessi ha troppe volte inceppato la vita del nostro spirito, la scena dell’Amore crocifisso, contemplata nella fede, ci insegna e ci induce ad aprirci ai nostri fratelli, alle loro pene, alle loro necessità. Questa è la scuola più alta. Chi con umile semplicità la frequenta, diventa a poco a poco degno di partecipare sul serio nella Pasqua al mistero della gioia e della risurrezione“. (Giacomo Biffi, Venerdì Santo 1992)

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